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	<title>Il Trasciatti</title>
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	<description>Lunario inattuale di letteratura e desueta umanità</description>
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		<title>Un sito in declivio?</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 09:14:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Trasciatti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo sito è giunto al capolinea? E&#8217; a Caporetto? Che capita dunque? Aggiornato sempre più di rado, vede calare ovviamente le visite, i commenti languono, le mamme imbiancano. Il fatto è questo, anzi, di fatti ce n&#8217;è più d&#8217;uno&#8230; Innanzitutto devo dire, come Conducente, che ormai &#8211; per condividere le scemenze giornaliere &#8211; funziona infinitamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p>Questo sito è giunto al capolinea? E&#8217; a Caporetto? Che capita dunque? Aggiornato sempre più di rado, vede calare ovviamente le visite, i commenti languono, le mamme imbiancano. Il fatto è questo, anzi, di fatti ce n&#8217;è più d&#8217;uno&#8230; Innanzitutto devo dire, come Conducente, che ormai &#8211; per condividere le scemenze giornaliere &#8211; funziona infinitamente meglio facebus, non c&#8217;è confronto tra la rapidità/facilità con cui si &#8220;posta&#8221; qualcosa su facebrooks e la macchinosità richiesta per fare la stessa cosa anche da un sito agile come questo. Poi c&#8217;è anche il fatto che molte visite erano legate all&#8217;ambulatorio del dottor Vannini. Essendo egli praticamente scomparso &#8211; e forse davvero c&#8217;è da augurarsi che sia così &#8211; le visite all&#8217;ambulatorio online sono scemate. E poi va ammesso che sta venendo a mancare la spinta dell&#8217;entusiasmo librattesco. Il Conducente sperava che detto sito potesse essere (anche) veicolo promozionale dei Libratti vecchi e nuovi. Invece, deve egli prendere atto che non è mai stato così e  che un commercio librattesco on line non è mai veramente decollato. Quindi c&#8217;è nell&#8217;aria, come dire, un certo sbrindellamento che non so dove porterà. Per ora fermiamoci qui, con codesti discorsi, che è meglio.</p>
<p>Il Conducente del Dirigibile sig. Trasciatti</p>
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		<title>Da Postpopuli.it</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 21:49:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Trasciatti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In una recente intervista di Giovanni Agnoloni (Quale futuro? Il punto sulla fantascienza italiana), lo scrittore di fantascienza Dario Tonani, dice:
&#8220;Siamo letteralmente immersi nell’idea di futuro: cinema, tv, videogiochi, pubblicità… tutto anela a mostrarci il domani. Siamo impregnati di fantascienza, ma di una fantascienza che è quasi esclusivamente visuale. Una volta l’unico modo di vedere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><a href="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/04/dario_tonani1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-2081" title="dario_tonani1" src="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/04/dario_tonani1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>In una recente intervista di Giovanni Agnoloni (<a href="http://www.postpopuli.it/6131-quale-futuro-il-punto-sulla-fantascienza-italiana/">Quale futuro? Il punto sulla fantascienza italiana</a>), lo scrittore di fantascienza <strong>Dario Tonani</strong>, dice:</p>
<p>&#8220;Siamo letteralmente immersi nell’idea di futuro: cinema, tv, videogiochi, pubblicità… tutto anela a mostrarci il domani. Siamo impregnati di fantascienza, ma di una fantascienza che è quasi esclusivamente visuale. Una volta l’unico modo di vedere il domani era andare al cinema e sognare davanti a fondali di cartapesta e a missili di cartongesso; <span id="more-2080"></span>le pagine di un buon libro avevano ancora qualche chance in più di sedurre la nostra immaginazione. Oggi, con gli effetti speciali, non c’è virtualmente storia: il testo scritto è perdente su tutta la linea. O per lo meno parte svantaggiatissimo, specie sulle nuove generazioni di lettori/spettatori. E se non c’è ricambio generazionale… A chi importa più di un futuro raccontato? Declinato sequenzialmente parola per parola, pagina dopo pagina? Logica sequenziale del testo scritto contro logica complanare dell’immagine. Onestamente, c’è storia? Voglio ancora credere di sì, anche se la fantascienza scritta sta probabilmente vivendo il suo periodo più nero. Non si tratta di fare a gomitate col grande o il piccolo schermo, ma di riaffermare la propria prerogativa principale, quella per cui i libri di fantascienza hanno sempre mostrato di avere un appeal impareggiabile: le idee, la potenza di fuoco più devastante!</p>
<p>Rinunciamo alle idee e avremo solo stupidi spot traboccanti di effetti speciali, gusci vuoti. Rinunciamo alle idee e non avremo niente, neppure la fantascienza&#8221;.</p>
<p><em>Ho l&#8217;impressione che questo valga per la narrativa in generale: quale libro può competere con le capacità mimetiche del grande schermo? Quale romanzo può competere con le capacità evocative del cinema? Ormai si piange, se si piange, guardando un film più che leggendo un libro. Eppure quante volte si sente dire, di fronte ad un film tratto da un romanzo: &#8220;era meglio il libro&#8221;. E questo, forse, proprio perché nella trasposizione sono andate perse alcune cosette non proprio secondarie: le idee, appunto. Con le immagini e basta non ci si fa un granché.</em></p>
<p>Ale Atti</p>
<p><em>(In alto: <a href="http://trasciatti.it/2012/03/26/silvestroscopio-e-dintorni/#more-2047">Dario Tonani</a>)</em></p>
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		<title>Morte (dolce) a Venezia</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 07:17:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Trasciatti</dc:creator>
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Con questo, L’acqua alta (Elliot 2011), Roberto Amato è giunto al quarto libro, il quinto se si considera anche la plaquette Gli sposi (Diabasis 2005). Chi lo ha seguito in questo suo cammino forse si sarà un poco assuefatto alle sue invenzioni poetiche, magari proverà meno stupore di fronte agli amabili salti della sua logica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><strong><a href="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/04/amato-acquaalta.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2075" title="amato-acquaalta" src="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/04/amato-acquaalta-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></strong></p>
<p>Con questo, <em>L’acqua alta</em> (Elliot 2011), Roberto Amato è giunto al quarto libro, il quinto se si considera anche la plaquette <em>Gli sposi</em> (Diabasis 2005). Chi lo ha seguito in questo suo cammino forse si sarà un poco assuefatto alle sue invenzioni poetiche, magari proverà meno stupore di fronte agli amabili salti della sua logica e quasi gli sembrerà di conoscere già gli attori di questa nuova commedia buffa. Ma in quarta di copertina si legge che <em>L’acqua alta</em> è stato scritto “molti anni prima de <em>Il disegnatore di alberi</em>” (uscito nel 2009). Allora viene da chiedersi: molto prima quanto? E perché è uscito dopo? E lo stupore ricomincia per questa vena creativa costante, già matura ieri come ora, per questo poeta che può permettersi di buttare fuori un libro o un altro a scelta (a capriccio?). <span id="more-2074"></span>Qual è la linea di sviluppo della sua poesia? Sempre che ci sia una linea e non un lago magmatico da cui il poeta attinge con rara possibilità di sbagliare. <br />
In esergo è posta una lunga (e un po’ enigmatica) citazione dal filosofo Kierkegaard che argomenta sul <em>Don Giovanni</em> di Mozart e che termina così: “se si è infantili alla pari si gioca meglio”. E’ un invito al lettore ma anche un avvertimento. Un invito a disporsi al gioco: gioco poetico, gioco con le parole. Se non si è capaci di questa regressione è meglio lasciare perdere, questo libro non fa per noi (e forse la poesia in genere non fa per noi). Ma veniamo al dunque. Cosa c’è in questo libro? Dire che c’è un <em>io</em> che scrive a un<em> tu</em> non spiega molto, anche perché Amato ci ha abituato agli pseudo-epistolari. Non è una novità nemmeno che il destinatario sia una lei, probabilmente un’amante, vera o immaginaria che sia . C’è di nuovo che questo monologo &#8211; figurarsi se c’è traccia di risposta! Il <em>tu</em> di Amato è sempre uno specchio – ha luogo a Venezia e Venezia è Gerusalemme, le due città si sovrappongono. Perché Venezia è una città doppia, dal momento che si specchia nell’acqua della laguna, e anche Gerusalemme è una città doppia perché immagine della Città Celeste.<br />
Ora, in questa che è la città romantica per antonomasia, città di lune di miele e innamoramenti, una coppia di sposi si aggira eternamente senza più trovare l’uscita. Manlio Cancogni, nella nota finale contenuta nel volume, scrive: “Ma provate a leggerlo (Amato, n.d.r), e poi ditemi se non vi è parso di essere investiti da un’onda d’aria fresca, frizzante, profumata, che muove e alleggerisce il passo (immagino sempre che lo si legga camminando, su un marciapiede di città, o lungo un canale, o su una spiaggia davanti al mare aperto ‘tutto fresco di colore’) pronti a spiccare il volo”. E certamente è vero, la leggerezza di Amato è innegabile e pervasiva. Ma se si scava appena sotto viene fuori altro, emerge un’inquietudine sommessa e disperata di fronte al nostro destino di uomini. La Venezia visibile ne nasconde un’altra, sotterranea, anzi subacquea, che si ramifica verso profondità indefinite, abissali, confinanti con i terreni vaghi dell’aldilà. Scrive Amato a pagina 21: “I piccioni di questo oscuro campiello sono del tutto neri / … forse sono piccioni mortuari”; e due pagine più il là si leggono versi che paiono uno struggente e definitivo congedo:<br />
 <br />
Non voglio che nessuno mi accompagni oltre il ponte<br />
(dove l’ultima scala scende l’acqua<br />
e i gondolieri si perdono)<br />
 <br />
non voglio che nessuno veda quello che vedo io<br />
e che mi è destinato<br />
forse per uno sbaglio degli uccelli<br />
 <br />
i piccioni mi guardano con una certa dolcezza<br />
(che non ti aspetteresti da loro)<br />
oltretutto non era me che aspettavano:<br />
io non sono nemmeno di qui<br />
qui non ho amici<br />
conoscenti<br />
e non sono mai entrato in un panificio<br />
in una polleria o in questi piccoli negozi per turisti<br />
eppure<br />
gli uccelli<br />
mi fanno cenno di seguirli<br />
rallentano perfino il loro passo saltellante<br />
 <br />
perché io non mi perda[1]<br />
 <br />
I piccioni assurgono quasi al rango di animali mitici che accompagnano l’anima verso il luogo del riposo definitivo. Certo, restano piccioni, animali privi di quell’alone magico-poetico che attribuiamo agli animali del bosco, ma questo fa parte dell’opera buffa di Amato, del suo mischiare i piani dell’alto e del basso, dell’addolcire le ambasce cosmiche con qualche domestica dolcezza o ironia. Venezia, però, sembra rappresentare una specie di viaggio ultimo:<br />
 <br />
Evelina<br />
noi non ci siamo più<br />
questo è evidente<br />
 <br />
perfino i gondolieri non ci vedono<br />
o ci scartano<br />
come piccoli ostacoli<br />
come cose senza valore[2]<br />
 <br />
Un viaggio tutto in profondità, verso inferi acquatici:<br />
 <br />
… e dunque?<br />
 <br />
… io non lo so<br />
cosa dovremmo cercare<br />
in tutta questa acqua…<br />
 <br />
… scendere<br />
con la nostra zavorra<br />
scandagliare i canali<br />
che (secondo gli antichi<br />
topografi subacquei)<br />
sono di una profondità<br />
infinita… [3]<br />
 <br />
E ancora:<br />
 <br />
io però batto i tacchi<br />
valuto il vuoto sotto di me<br />
dove ci sono secoli di scoli<br />
di fognature che raggiungono il mare<br />
per vie traverse[4]<br />
 <br />
E pochi versi dopo:<br />
 <br />
… ma qui<br />
(secondo i dépliant)<br />
un metro sotto la stazione<br />
ci sono le catacombe…<br />
 <br />
la morte è del tutto subacquea<br />
un proscioglimento[5]<br />
 <br />
Questo movimento verso il basso, questa attrazione ipogea, è confermata anche dal geometra Nicodemo, figura che appare più o meno a metà libro e che sembra avere una funzione di raccordo/spostamento fra il subacqueo e il sotterraneo, fra l’acquatico e il terreno, ma anche verso il domestico perché qui comincia una discesa che è anche regressione temporale verso l’infanzia:<br />
 <br />
le fondamenta<br />
scendono credo per moltissimi chilometri<br />
secondo Nicodemo<br />
finiscono<br />
dall’altra parte della terra<br />
e<br />
nelle giornate chiare se non c’è troppo vento<br />
raggiungono la luna[6]<br />
 <br />
E poi:<br />
 <br />
Se tutto affonda è come se la casa salisse<br />
questo è un concetto semplicissimo<br />
(e un poco tolemaico)<br />
 <br />
…<br />
 <br />
certo siamo sotto il livello del mare<br />
(e di molto)<br />
 <br />
e un volo di murene lo conferma[7]<br />
 <br />
A questo punto può aprirsi la sezione intitolata “Nella profondità della casa” dove continua lo scavo e la discesa del protagonista (chiamiamolo così) di questo libro e dove il lettore ritroverà molto della vena visionaria dei precedenti lavori di Amato, quella mitologia domestica che abbagliava già ai tempi delle Cucine celesti.<br />
Gli scavi, dicevamo:<br />
 <br />
Secondo me<br />
siamo in un abisso<br />
archeologico<br />
 <br />
la casa è sprofondata<br />
per molte miglia marine[8]<br />
 <br />
E dopo:<br />
 <br />
Io continuo a scavare sotto la casa<br />
anche senza l’aiuto del mio domestico Tanino[9]<br />
 <br />
E ancora:<br />
 <br />
Scavo tranquillamente<br />
la terra è morbida e ha un profumo dolcissimo<br />
di nuvole[10]<br />
 <br />
E infine:<br />
 <br />
Questa voragine<br />
(pensavo) è proprio<br />
della misura giusta:<br />
fa scivolare la casa lentamente<br />
(e non si sa<br />
dove potrebbe fermarsi)[11]<br />
 <br />
Al piano di sotto della casa c’è – curiosa invenzione – un monastero da dove provengono ticchettii di bastoni e strofinii di pantofole. Un monastero che somiglia molto ad una casa di riposo. E infatti, al piano di sotto della casa paterna<br />
 <br />
c’erano grandi camere<br />
e dietro i paraventi<br />
si sentiva il russare senza fine<br />
dei bisavoli e dei trisavoli<br />
dei parenti più antichi<br />
e più complessi<br />
(dormivano per sempre<br />
anche gli zii dei nonni<br />
le nuore dei bisnonni<br />
le cognate e i cognati<br />
dei trisavoli)[12]<br />
 <br />
Nelle ultime pagine del libro, intitolate “Il piccione di Händel”, Gerusalemme torna a sovrapporsi a Venezia, suggerendo una prospettiva escatologica; compare Minosse il vinaio,  la cui cantina è un antro che fa pensare al mitico labirinto; compare soprattutto Mozart, che trascorse giovanissimo alcuni mesi nella città lagunare e che, dopo avere aperto il libro nelle parole di Kierkegaard, viene a richiuderlo quasi con l’aspetto del Convitato di pietra, bianco come il sale, pallido come un morto, a suggerire ancora una volta, e definitivamente, che oltre Venezia-Gerusalemme non si va, che quello che ci è stato raccontato è il viaggio conclusivo. Ma Amato ce lo ha raccontato con tutta la leggerezza possibile, con tutta la dolcezza che è racchiusa nella speranza ingenua e insopprimibile di ricongiungersi agli affetti dell’infanzia, di ritrovare, un domani, le nostre origini.</p>
<p><em>Alessandro Trasciatti</em></p>
<p>Note<br />
 <br />
[1] Roberto Amato, <a href="http://www.elliotedizioni.com/catalog/title/title_card.php?title_id=171">L’acqua alta</a>, Elliot, Roma, 2011, pag. 23.<br />
[2] Ibid. pag. 26<br />
[3] Ibid. pag. 27<br />
[4] Ibid. pag. 35<br />
[5] Ibid. pag. 36<br />
[6] Ibid. pag. 44<br />
[7] Ibid. pag. 50<br />
[8] Ibid. pag. 57<br />
[9] Ibid. pag. 61<br />
[10] Ibid. pag. 62<br />
[11] Ibid. pag. 82<br />
[12] Ibid. pag. 68</p>
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		<title>L&#8217;impalcatura che non c&#8217;è</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Apr 2012 17:03:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Brevi dal Nord di Gianfranco Mammi è un libro che mi fa venire voglia di farne uno uguale. Non tanto nei contenuti, ognuno ha la sua vena, le sue fantasie, la sua testa che ragiona più o meno bene. Quanto nella struttura, nell’impalcatura che lo tiene insieme. E questa struttura o impalcatura di Mammi, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><em><a href="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/04/Brevi_dal_Nord_g.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2069" title="Brevi_dal_Nord_g" src="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/04/Brevi_dal_Nord_g.jpg" alt="" width="200" height="292" /></a>Brevi dal Nord</em> di <strong>Gianfranco Mammi</strong> è un libro che mi fa venire voglia di farne uno uguale. Non tanto nei contenuti, ognuno ha la sua vena, le sue fantasie, la sua testa che ragiona più o meno bene. Quanto nella struttura, nell’impalcatura che lo tiene insieme. E questa struttura o impalcatura di Mammi, per dirla con precisione, non esiste. Il libro è come un sacco dove è stato tirato dentro di tutto: brevi raccontini, aforismi, dialoghi, fulminei atti unici, elenchi di cose, frammenti e frattaglie varie. Se c’è un filo che tiene insieme tutta questa roba, è al massimo la vena di assurdità che circola dall’inizio alla fine: assurdità del singolo pezzo e assurdità complessiva, che viene fuori dall’accostamento arbitrario dei pezzi, sfidando ogni visione d’insieme. <span id="more-2068"></span>Sicuramente c’è stato un montaggio dei materiali, un ordinamento. Ma è una questione che riguarda l’autore che – possiamo ipotizzare – sia stato lì a studiare se il brano dal titolo “Zebrate” potesse stare meglio prima o dopo quello intitolato “Libri che non ho comperato per il titolo”. Quello che conta per il lettore è il risultato finale, l’effetto di accozzaglia casuale, il deliberato e micidiale dipaloinfraschismo che si trova sotto gli occhi. Senza andare a scomodare miscellanee monumentali e illustri, come lo <em>Zibaldone</em> di Leopardi o gli<em> Essais</em> di Montaigne, che erano tutt’altra cosa,  dei precedenti ci sono certamente in qualche autore novecentesco, ma non ricordo quale (Michaux? Leiris? Campanile?). E allora, tanto per fare un esempio, riporto due brani consecutivi.</p>
<p><em>L’uomo senza testa</em></p>
<p>Aspetta, ti faccio a fette il cane!<br />
Quale cane?<br />
Il tuo.<br />
Ma non ce l’ho mica, io, il cane.<br />
Allora ti faccio a fette la mano.<br />
Quale mano?<br />
La sinistra.<br />
No, che sono mancino.<br />
Allora la destra.<br />
Va bene. Prima però ti stacco la testa.<br />
Quale testa?<br />
La tua.<br />
Ma non ce l’ho mica, io, la testa.<br />
Ostia, è vero.<br />
<em> </em></p>
<p><em>Miliardi</em></p>
<p>Gli alieni sono tra noi a miliardi e si nascondono nei vasetti di yogurt, quello commerciale. Tutti quei fermenti vivi della pubblicità te lo dico io che cosa sono, sono piccolissimi extraterrestri molto più furbi di noi e nel loro piccolo ci governano dai nostri organi interni.</p>
<p>Prova te ad ammazzarne uno, non ci si riesce.</p>
<p>Leggetelo, <em>Brevi dal Nord</em> di Mammi (QuiEdit 2011, prefazione di <strong>Gisela Scerman</strong>), anche se non è facile trovarlo. Magari provate <a href="http://www.quiedit.it/dettaut.aspx?id=349">qui</a>. Oppure leggete questa intervista all&#8217;autore su su <a href="http://www.zibaldoni.it/wsc/default.asp?PagePart=page&amp;StrIdPaginatorMenu=39&amp;StrIdPaginatorSezioni=307&amp;StrIdPaginatorNomeSezione=GUSTAVO+PARADISO%2F+Mammi">Zibaldoni.it</a></p>
<p><em>Alessandro Trasciatti</em></p>
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		<title>Trasciatti Live in Garage</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 10:22:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Trasciatti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Guarda il nuovo video del cantaeditore
Al fuoco
Felice di restare sempre qui
aspetto che mi crescano radici.
Contento di guardare un vecchio film
non apro se mi suonano gli amici.
Mi piace il mondo se finisce qui
non sento più nemmeno quel che dici.
Il mio cervello in fumo se ne va
i monti sono in fiamme alle pendici.
Al fuoco, al fuoco, al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><a href="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/04/trash-garage.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2065" title="trash-garage" src="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/04/trash-garage-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Guarda il nuovo <a href="http://youtu.be/qm3aT0jMGEo">video</a> del cantaeditore</p>
<p>Al fuoco</p>
<p>Felice di restare sempre qui<br />
aspetto che mi crescano radici.<br />
Contento di guardare un vecchio film<br />
non apro se mi suonano gli amici.<br />
Mi piace il mondo se finisce qui<br />
non sento più nemmeno quel che dici.<br />
Il mio cervello in fumo se ne va<br />
i monti sono in fiamme alle pendici.<span id="more-2064"></span></p>
<p>Al fuoco, al fuoco, al fuoco gridano.<br />
Al fuoco, al fuoco, al fuoco sono io.<br />
Al fuoco, al fuoco, al fuoco gridano.<br />
Al fuoco, al fuoco&#8230;</p>
<p>Inganno il tempo per non vivere<br />
inganno il mondo per non farmi male.<br />
Aspetto il tempo della gioventù<br />
aspetto ancora il tempo delle mele.<br />
Mi piace il mondo se finisce qui<br />
mi piace stare solo in riva al mare.<br />
Il mio cervello in fumo se ne va<br />
mi sento già lambire dal calore.</p>
<p>Al fuoco, al fuoco, al fuoco gridano.<br />
Al fuoco, al fuoco, al fuoco sono io.<br />
Al fuoco, al fuoco, al fuoco gridano.<br />
Al fuoco, al fuoco, al fuoco sono io.<br />
Al fuoco, al fuoco&#8230;</p>
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		<title>Ricordando Tonino</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 09:16:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Trasciatti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Ricorrenze]]></category>
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		<category><![CDATA[romagna]]></category>
		<category><![CDATA[Tonino Guerra]]></category>
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		<description><![CDATA[Un trattore Argo, della collezione del meccanico Massaroni a Bellaria, in Romagna, e un bel testo di Tonino Guerra.
Altri link relativi alla Romagna.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><a href="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/03/Trattore-Aego.bmp"><img class="alignleft size-full wp-image-2059" title="Trattore-Aego" src="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/03/Trattore-Aego.bmp" alt="" width="309" height="227" /></a>Un trattore Argo, della collezione del meccanico Massaroni a Bellaria, in Romagna, e un bel testo di <strong><a href="http://trasciatti.it/vecchiosito/?q=node/211">Tonino Guerra</a></strong>.</p>
<p>Altri link relativi alla <a href="http://trasciatti.it/vecchiosito/?q=search/node/romagna">Romagna</a>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ricordando Tabucchi</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 09:05:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Trasciatti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un disegno di Roberto Alquati. Un treno che parte da lontano, che attraversa l&#8217;Europa, passa per Parigi e poi s&#8217;infila giu&#8217; per la Spagna fino a Salamanca, e giu&#8217; giu&#8217; fino a Lisbona.
Voglio farle una domanda, disse il dottor Cardoso, lei conosce i médecins-philosophes? No, ammise Pereira, non li conosco, chi sono? I principali sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><a href="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/03/Treno-Tabucchi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2054" title="Treno-Tabucchi" src="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/03/Treno-Tabucchi-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Un disegno di <strong>Roberto Alquati</strong>. Un treno che parte da lontano, che attraversa l&#8217;Europa, passa per Parigi e poi s&#8217;infila giu&#8217; per la Spagna fino a Salamanca, e giu&#8217; giu&#8217; fino a Lisbona.</p>
<p><em>Voglio farle una domanda, disse il dottor Cardoso, lei conosce i médecins-philosophes? No, ammise Pereira, non li conosco, chi sono? I principali sono Théodule Ribot e Pierre Janet, disse il dottor Cardoso, è sui loro testi che ho studiato a Parigi, sono medici e psicologi, ma anche filosofi, sostengono una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. <span id="more-2053"></span>Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere &#8220;uno&#8221; che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un&#8217;illusione, peraltro ingenua, di un&#8217;unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazioe di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone. Il dottor Cardoso fece una piccola pausa e poi continuò: quella che viene chiamata la norma, o il nostro essere, o la normalità, è solo il risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone che si è imposto nella confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l&#8217;io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la coorte delle anime, meglio la confederazione, e la preminenza si mantiene fino a quando non viene spodestato a sua volta da un altro io egemone, per un attacco diretto o per una paziente erosione. Forse, concluse il dottor Cardoso, dopo una paziente erosione c&#8217;è un io egemone che sta prendendo la testa della confederazione delle sue anime, dottor Pereira, e lei non può farci nulla, può solo eventualmente assecondarlo.</em> (A. Tabucchi, <em>Sostiene Pereira</em>, Feltrinelli, 1994, pp. 122-23).</p>
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		<title>Silvestroscopio e dintorni</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 21:47:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Trasciatti</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p></p><p><a href="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/03/Libratti-1-fantascienza1.jpg"></a><a href="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/03/Invasione.jpg"></a><a href="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/03/Invasione1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2051" title="Invasione" src="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/03/Invasione1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>E&#8217; con vero piacere che faccio questo annuncio: <strong>Sauro Donati</strong>, presente nel volume <strong>MAI DIRE: A LUCCA MAI!</strong> ha vinto il Primo Premio Assoluto al concorso internazionale A.L.I Penna d&#8217;Autore con il libro di storia alternativa <em>Cristoval Colòn</em> (Campanotto editore). Altri due &#8220;nostri&#8221; autori sono in finale al Premio Italia (il premio assegnato dai fan della fantascienza e del fantasy): <strong>Salvatore Proietti</strong>, come traduttore e con due articoli, e <strong>Dario Tonani</strong>, con un romanzo e due racconti, uno dei quali presente appunto nel nostro volume. Leggi l&#8217;articolo sul <a href="http://www.fantascienza.com/magazine/notizie/16282/premio-italia-tanti-finalisti-per-delos-books/">Premio Italia</a>. Ed ecco il racconto di Tonani:<span id="more-2047"></span></p>
<p><strong>Silvestroscopio</strong></p>
<p>Paco districò lo stivale dalla poltiglia e avanzò di un altro passo. A dispetto dei suoi nove anni, non fosse stato per la robaccia che si appiccicava alle suole sarebbe già arrivato in cima. Era salito alla discarica che ancora non…<br />
…<em>Nevicava</em>, ma non in senso stretto: dal cielo cadevano fiocchi di schiuma candida che sui polpastrelli diventavano una pastella oleosa.<br />
Milano, periferia est della città, impianto di riciclo n. 22, mattatoio di chine. Un terrapieno alto venti metri imbiancato di bava traslucida e sferzato dal bagliore rotante dei lampeggianti; sul pendio forme appena accennate, colori sfatti.<br />
Cartoni morti. A migliaia.<br />
Latrare di cani da guardia in lontananza.<br />
Paco si fermò a riprendere fiato e strizzò gli occhi nella luce crepuscolare.<br />
Gabbiani volteggiavano in tondo spalmando il cielo del loro bailamme. Qualcuno nel becco teneva una macchia sfilacciata di colore, il brandello di una <em>placenta</em> strappata…<br />
Migliaia di cartoni morti, forse milioni. Ammucchiati in terrapieni tutti uguali, lambiti dall’ultima luce del giorno.<br />
Per essere sicuri di ucciderli, i cartoni vanno percossi un po’ come si fa coi cuccioli di foca. Allo scopo di agevolare l’operazione si usa prima irrorarli di gas refrigerante, in modo che si fa più facile spezzarne la <em>placenta</em> cristallizzata. Il risultato è una macilenta granita di colori. Oppure, ma è una procedura che richiede perizia e mano ferma, si può sfilare la <em>placenta</em> mentre sono ancora vivi&#8230;<br />
Paco scivolò un paio di volte e si tirò in piedi, i guanti senza dita zuppi di quella strana crema di sapone. Guadagnò la sommità del terrapieno e si voltò: alla luce morente del crepuscolo, la vista dell’impianto toglieva il respiro. Calcestruzzo grezzo, forme squadrate e lampeggianti arancio, come inflorescenze tossiche, in corrispondenza di ogni saracinesca. Sul piazzale, le operazioni di carico e scarico si erano interrotte come sempre appena prima del tramonto, ma le luci allo iodio rimanevano accese tutta notte a inquadrare le enormi cifre gialle che contrassegnavano le aeree di parcheggio dei camion.<br />
<em>Placentificio 22</em>.<br />
Reticolati che si perdevano nei campi per chilometri.<br />
Pescò la torcia dalla tasca del lungo pastrano cerato, si chinò sui talloni e sparò intorno il fascio di luce. Una selva di occhietti ciechi ammiccò nel crepuscolo. <em>Dove accidenti lo aveva lasciato?</em> Lassù doveva esserci un vecchio Gatto Silvestro spelacchiato, il suo cartone preferito. Il suo avatar di “gommaccia”. Il suo <em>Silvestroscopio</em>!<br />
<em>Eccolo!</em> Uno dei pochi cartoon rimasto intero. La testa faceva ribrezzo, gli occhi erano due orbite vuote, il muso semisciolto contratto in una smorfia. Puzzava di verdura marcia e trementina, come tutta la porcheria che aveva sotto i piedi.<br />
Ma era un <em>Silvestroscopio</em>; ti accomodavi dentro e guardavi il mondo in modo diverso. Lo vedevi alla maniera dei cartoon, più rosa e meno grigio. E il cielo notturno&#8230; <em>beh, il cielo notturno era uno spettacolo</em>.<br />
Lo sfilò dal resto dei cadaveri tirandone il muso con entrambe le mani. Il corpo era flaccido e oleoso, pareva un costume di carnevale lasciato a macerare nella salamoia. Dietro, lungo la schiena, qualche talentuoso addetto al ricevimento doveva averne estratto la placenta praticando un taglio chirurgico che andava dalla base del collo all’inguine. Il cartone era stato quindi eviscerato della sua “anima” e di tutta la poltiglia di contorno. Una buccia vuota, un po’ pesce e un po’ peluche sventrato…<br />
I cani, di nuovo quel latrare nervoso.<br />
Paco si liberò del pastrano, sollevò un piede e lo infilò nella gamba del cartone; poi, in bilico su una zampa di gatto, introdusse anche l’altro. Passò quindi alle maniche e infine, usando gli artigli, incappucciò la testa in quella del Silvestro. Il tanfo di guasto lo prese alla gola. Lì dentro, nel <em>Silvestroscopio</em>, non si respirava. Dovette chiudere gli occhi per non perdere l’equilibrio, boccheggiava e lacrimava. Si passò l’avambraccio sul muso con la speranza di far cessare il prurito al naso. E si bloccò.<br />
Qualcuno stava svoltando l’angolo dei magazzini di carico: un addetto della sicurezza, due pastori tedeschi al guinzaglio.<br />
Panico. Si acquattò nella fogna di cartoni, rischiando di finire lungo e disteso nel loro marciume. Sentiva il suo respiro come un mantice rotto. Gli pizzicava il mento. Attraverso i fori delle orbite, poi, non riusciva a girare gli occhi come avrebbe voluto. Guardare fuori era un tripudio di cromie psichedeliche, ma anche un’impresa.<br />
Il tipo con i cani puntò la torcia in direzione dei terrapieni. Uno dopo l’altro ne sondò i fianchi.<br />
Cartoni morti. A migliaia. Tutto quello che non si era potuto avviare al riciclo era laggiù, bucce vuote accatastate l’una sull’altra, come frutti marci&#8230;<br />
La torcia lo inquadrò, inzuppandolo di luce giallognola (lui la vide come una melassa di oro smaltato). I cani abbaiarono, l’uomo, al traino delle bestie, si mise ad arrancare su per il terrapieno.<br />
Paco scattò in piedi e si gettò a capofitto sul pendio opposto.<br />
Scivolò, cadde, riprese a correre a gambe larghe. Ma il costume lo ostacolava: le zampone erano troppo grandi e non facevano presa sul pavimento viscido di cartoni morti. Attraverso le orbite di quell’assurdo costume non riusciva a vedere altro che una sottile e ballonzolante fettina di orizzonte (rosso fuoco). Né tantomeno dove stesse mettendo le zampe. Urlò, cadde, rotolò di nuovo.<br />
<em>Szaaaac!<br />
</em>Qualcosa lo colpì alla spalla. Si sentì invadere da un gelido torpore. Fece per alzarsi, ma le zampe non rispondevano. Con la testa a valle, stava scivolando adagio verso la base del terrapieno. Tossì. Dopo un istante lunghissimo, finalmente si fermò.<br />
Gli mancava il fiato e non riusciva a mettere a fuoco le immagini. Fece per muovere le labbra, ma riuscì solo a versarne fuori un filo di bava.<br />
I colori fuori si spensero di colpo. Il <em>Silvestroscopio</em> doveva essersi guastato.<br />
Una sagoma scura entrò nel suo campo visivo; ringhiò e mostrò le zanne. Alle sue spalle, un’altra ombra la tirò indietro. Nella mano che aveva lasciato cadere il guinzaglio teneva ora una bomboletta spray, nell’altra un bastone sollevato sopra la testa.<br />
Uno spruzzo di gelo vaporizzato sul muso. Non fu più in grado di serrare le palpebre. Lo sguardo si ghiacciò sul nulla. Un attimo, e uno dei cani si avventò sul suo addome (dopotutto era un gatto). Strappò un brandello di <em>gommaccia</em> che cominciò a sbatacchiare furiosamente da una parte e dall’altra. Lasciò cadere il boccone, abbaiò e tornò alla carica con un morso rabbioso.<br />
Pelle rosa e&#8230; sangue emersero dalle viscere del cartone. Entrambi i cani si accucciarono arretrando sulle zampe anteriori, l’uomo abbassò il bastone e gridò qualcosa che Paco non riuscì a capire.<br />
Un istante dopo, il ragazzino sentì che lo stavano sfilando a forza dal suo <em>Silvestroscopio</em>.</p>
<p>(Tratto da <strong><a href="http://www.delbucchia.it/libro.php?c=325">MAI DIRE: A LUCCA MAI! Uno sguardo alla fantascienza italiana</a></strong>, a cura di Alessandro Trasciatti, Del Bucchia editore)<br />
<a href="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/03/Libratti-1-fantascienza1.jpg"><img title="Libratti-1-fantascienza" src="http://trasciatti.it/wp-content/uploads/2012/03/Libratti-1-fantascienza1-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>(In alto: <em>Invasione</em> di Roberto Alquati)</p>
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